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Pippa Norris
A Virtuous Circle.
Political Communications in Postindustrial Societies.
Cambridge, Cambridge University Press, 2000, pp. 398 |
Gli effetti della comunicazione sul sistema politico e
sulla società civile
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L'osservazione degli effetti della comunicazione sul sistema politico e sulla
società civile rappresenta da decenni uno dei temi più dibattuti da studiosi di
varia formazione. Com'è noto, si è soliti datare l'inizio della riflessione
contemporanea alla campagna presidenziale USA del 1960, facendo particolare
riferimento al dibattito televisivo Nixon – Kennedy e ai commercials di Barry
Goldwater. Nella prima fase di studi l'accento è stato posto sull'avvento e le
potenzialità della informazione di massa ma ben presto l'attenzione si è
spostata sui media come elemento e soggetto del sistema politico nonché come
sistema di news e sistema industriale. Negli anni '90 infine si è diffuso il
concetto di media malaise, che considera la comunicazione politica prodotta da e
tramite i media come elemento decisivo per comprendere l'odierna crisi di
rappresentatività dei sistemi politici. I suoi assunti fondamentali sono due: i
media condizionano le modalità dell'impegno civile e politico; questo
condizionamento è negativo.
Pippa Norris, in un documentatissimo saggio, A Virtuous Circle. Political
Communications in Postindustrial Societies, contesta questa teoria che definisce
una vulgata generica e superficiale. “During the past decade a rising tide of
voices on both sides of the Atlantic has blamed the news media for growing
public disengagment, ignorance of civic affairs, and mistrust of government.
This idea has developed into something of an unquestioned orthodoxy in the
popular literature, particulary in the United States. […] This book, based on a
sistematic examination of the role of political communication in postindustrial
societies, argues that the process of political communications by the news media
and by parties is not responsible for civic malaise” (p. 3). La convinzione di
Norris è che, al contrario, l'effetto dei media è positivo e favorisce il civic
engagment, producendo un virtuous circle che informa e mobilita il cittadino:
“The more dense the information environment, the easier it is to learn” (p.
214).
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Strutturalmente il volume, che si avvale di una ricca documentazione, è diviso
in tre parti: la prima è volta all'inquadramento della teoria contestata ed alla
spiegazione della metodologia utilizzata nella verifica empirica; la seconda
ripercorre l'evoluzione e l'avvicendarsi dei news media; la terza analizza come
la percezione di certe issues da parte dei cittadini vari al variare delle
modalità con le quali sono presentate. Le fonti utilizzate nella seconda parte
sono dati dell'UNESCO sul “consumo” mondiale di news dal 1945 e dati dell'Eurobarometro
sulla opinione pubblica dal 1970 al 1999, a cura della Commissione Europea. Per
gli USA sono state consultate le National Election Surveys 1948-1998. Per
analizzare l'atteggiamento dei media è stata usata Monitoring Euromedia, una
pubblicazione della Commissione Europea. Sono considerati 189 giornali, per un
totale di circa 200.000 articoli e circa 16.000 programmi televisivi dei
principali Paesi europei. Le fonti per determinare l'atteggiamento dei cittadini
verso l'Istituzione sono le European Election Surveys, l'Eurobarometro ed il
British Election Campaign Panel Study. |
Il media malaise è definito sulla base del suo scostamento dal tipo ideale di
news media (news media as civic forum, watchdog, mobilizing agent) e
dall'analisi dei trends strutturali nella comunicazione politica, secondo tre
direttrici sviluppate nella seconda parte:
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evoluzione degli strumenti della comunicazione politica a fronte dei cambiamenti
tecnologici dagli anni '50 ad oggi. Vengono esaminati i giornali, la TV ed il
Web, con particolare riferimento alla struttura della cosiddetta news industry.
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evoluzione del political campaigning, secondo le fasi premoderna – moderna –
postmoderna.
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situazione attuale. Affinità e divergenze col passato. Affinità e divergenze tra
USA e UE. Affinità e divergenze all'interno della UE.
Norris avvia una comparazione del sistema dei news media tra 21 società
post-industriali, in pratica tutto l'Occidente sviluppato. Prendendo come campo
di analisi dei Paesi simili per indicatori sociali, sviluppo economico, libertà
politiche e civili, ma con differenti modalità nei news environments, l'autrice
cerca di isolare questo fattore e valutarne in modo comparato gli effetti che
produce sulla partecipazione politica.
Contestando i principali assunti della “ortodossia” del media malaise riguardo
il declino qualitativo della stampa e della TV, Norris sostiene che è in atto un
processo di settorializzazione del consumo secondo reddito, età, cultura; una
prospettiva di diversificazione dell'offerta contro il concetto dominante di
infotainment. Non ritiene ad esempio che l'esplosione delle reti commerciali,
dell'inizio degli anni '80, abbia creato un processo irreversibile di
“tabloizzazione” delle trasmissioni; le cosiddette soft news sono fruite da
utenti che non consumavano informazione nell'epoca precedente, caratterizzata da
una offerta pubblica standardizzata.
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Tra i media, una particolare attenzione è dedicata all'emergere della “Internet
era”. In questo campo, Norris non si sottrae alla generale dicotomia tra la
Mobilization e la Reinforcement Theory. Come la maggior parte degli studi più
autorevoli (Davis, 1999 – Margolis, Resnick, Wolfe, 1999) l'autrice propende per
la seconda: il Web come un elemento integrato nel sistema. A sostegno di questa
posizione, individua una forte correlazione tra diffusione dei giornali ed
accesso alla Rete. Si rafforza piuttosto che ridursi il divide tra have e have
not.
Considera Internet fondamentale nel superamento del cosiddetto Modern Campaign,
caratterizzato dalla distanza tra il partito ed il cittadino, filtrato dalla TV
e pianificato lontano dalla base. La Rete, con le sue potenzialità orizzontali,
riporta la propaganda (e un po' di politica) al locale, mantenendo l'alto grado
di coordinamento che aveva contraddistinto la fase precedente del campaigning.
Per Norris quindi non si è verificato un indebolimento del partito, ma una
evoluzione del suo ruolo e della sua struttura, meno dipendente dagli iscritti,
più burocratizzato e finanziato con contributi statali. |
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La terza parte contiene una indagine del “trattamento” di una serie di issues da
parte dei media e prosegue con la discussione dei findings collegati alle
modalità della copertura: aumenta l'informazione del cittadino? il suo cinismo?
che effetti si producono sulla mobilitazione?
Le issues prescelte gravitano attorno alla percezione dell'Unione Europea.
Norris offre una serie di diagrammi che indicano i gradi di negatività con i
quali vengono presentate european issues tra il 1995 ed il 1997; incrocia quindi
questo dato con l'atteggiamento degli europei nei confronti della Istituzione.
Ci sono tuttavia in questa comparazione delle sfasature temporali tra i due
aggregati.
Dalle indagini empiriche la teoria del “circolo virtuoso” è confermata solo
parzialmente; dall'analisi del news coverage della UE e della moneta unica
emerge infatti una correlazione tra rappresentazione negativa e percezione da
parte del cittadino.
L'autrice ammette quindi che si possa parlare di una qualche forma di media
malaise ma risolve l'apparente contraddizione circoscrivendone l'impatto ad un
ambito contingente, provvisorio. Al contrario, quando si parla di effetti
“strutturali”, “the news media gradually reinforces civic engagment” (p. 311).
Tuttavia l'intensità di questi “benefici” varia in funzione di vari fattori che
Norris identifica in
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structural variables (cognitive and analytical skills)
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attitudinal factors (political interest)
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media-exposure factors (use of TV, radio, newspapers, Web)
In conclusione, ad essere veramente rinforzato è “the activism of the active”
(p. 309).
L'indagine empirica, attraverso la quale Norris ricerca sostegno, non conferma
il media malaise ma non offre nemmeno evidenza di quel virtuous circle che
l'autrice vuole sostenere. I risultati sembrano avvicinarsi piuttosto agli studi
più recenti sul negative campaigning, che tendono a valutare con maggiore
relatività il potere di manipolazione dei mezzi di comunicazione.
Gli spunti più interessanti messi in luce dalla ricerca sono talvolta
incidentali, ad esempio le differenze tra il modello statunitense e quello
europeo. Negli USA la evoluzione della comunicazione politica è determinata
dalla news industry, con il sistema politico che appare passivo (ma integrato)
nel modello. In Europa sono ancora i partiti che ne determinano le modalità,
nella fattispecie sviluppando una forma di political marketing
professionalizzato ma pur sempre dipendente da essi.
In altre parole, mentre negli USA la comunicazione politica si presenta
“media-centrica”, in Europa si mantiene “partito-centrica”. Questa differenza di
fondo è solitamente trascurata dalla letteratura; Norris la segnala ma non la
sviluppa, perché anche la sua impostazione è “media-centrica”. La fine
dell'equilibrio del dopoguerra, che tanto parte ha nella odierna crisi del
sistema, è trascurata nonostante sia presente nel volume una prospettiva
diacronica. La sua stessa esortazione “to understand and confront more
deep-rooted flaws in representative democracy” (p. III) non ha seguito.
I media sono assunti come variabile indipendente nel triangolo comunicazione –
sistema politico – cittadini. Si sostiene che essi generino effetti positivi
anziché negativi, ma è implicita l'accettazione della loro centralità. Questa
impostazione limita la portata critica ed innovativa del volume, che invece
l'autrice rivendica, non contribuendo ad introdurre una visione che offra delle
prospettive nuove nell'analisi dell'attuale crisi della rappresentanza.

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